Paula Scher e la comunicazione visiva graphics in Nad Nuova Accademia del Design Verona

PAULA SCHER: LA ROCKSTAR DELLA COMUNICAZIONE VISIVA

Negli ultimi 40 anni, Paula Scher ha influenzato giovani artisti e non, ha cambiato il modo in cui veniva usata la tipografia, ha creato tutto nel mondo della comunicazione visiva, da copertine di album passando per i poster e arrivando ai loghi delle aziende più famose al mondo.

Un’artista intelligente e raffinata diventata famosa anche per i suoi dipinti di geografia impressionista.

Chiunque si avvicini a questo mondo deve conoscere in che modo, la Scher, ha contribuito all’evoluzione del design e della comunicazione visiva.

Chi è Paula Scher?

Paula Scher è una graphic designer americana, pittrice e insegnante, nata il 6 ottobre 1948 a Washington. Ha studiato presso la Tyler School of Art di Philadelphia dove si è laureata nel 1970.

I suoi lavori post laurea cominciano alla Random house, dove lavora come disegnatrice di layout nella divisione libri per bambini.

Da questo momento comincia la scalata verso l’olimpo dei designer, passa dalla CBS Records, dove produce oltre 150 copertine di album all’anno, sino all’arrivo in Pentagram, nel 1991: diventò la prima partner donna ad entrare nell’azienda.

Paula è oggi una delle designer più influenti al mondo.

Durante la sua carriera ha ricevuto centinaia di riconoscimenti e premi del settore e le sue opere sono esposte nei più importanti musei di tutto il mondo.

Le opere più famose

La Scher durante il suo percorso in Pentagram ha sviluppato numerose brand identity per aziende, molte di queste sono conosciute a livello mondiale.

Anche chi non è interessato al mondo della comunicazione visiva le avrà viste o ne avrà sentito parlare almeno una volta.

Tra i clienti più popolari di Paula troviamo la Coca Cola, Shake Shack, Jazz at Lincoln Center, Tiffany e co, il New York city Ballet e Microsoft.

Riguardo quest’ultima, diventò famosa la sua domanda posta ai Direttori di Microsoft all’inizio del processo creativo, dove chiese: “Your name is Windows, why are you a flag?” riferendosi al vecchio logo.

The Public Theater di New York

Quando si parla delle sue opere non si può non fare riferimento alla creazione della nuova identità visiva e sistema di grafica promozionale per The Public Theater di New York nel 1994.

Sino ad allora il Teatro non aveva né un logo né un’identità, basava la sua promozione su dei poster molto figurativi dipinti da Paul Devis.

L’obiettivo della Scher è stato quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e far avvicinare a quel mondo una folla più diversificata possibile, soprattutto le persone che non erano mai state attirate dal Teatro.

Il linguaggio grafico che ha creato prevede una combinazione di stili che riflette la tipografia di strada e l’arte dei graffiti.

Utilizza colori limitati, circa 3 per ogni poster e attraverso l’uso della tipografia mette in risalto il titolo dell’opera e l’artista viene circondato dal logo del teatro e da altre scritte descrittive.

Questo programma di identità visiva è diventato molto influente nella promozione teatrale e nella promozione culturale, infatti molto teatri “copiarono” lo stile della Scher. Costringendola di volta in volta a rinnovare i suoi poster e crearne sempre di diversi.

La passione per l’arte e la tipografia.

Una delle passioni di Paula Scher nel contesto della comunicazione visiva è quella della tipografia.

Tra i suoi studi per perfezionare le sue tecniche, sviluppò una soluzione tipografica basata principalmente su due stili: l’Art Déco e la tipografia Vittoriana.

L’idea che la conduce a studiare queste tecniche è l’odio profondo nei confronti del font Helvetica, ampiamente in voga in quel periodo storico.

Lo considerava altamente noioso e molto pulito, per questo motivo ispirandosi a queste correnti artistiche cerca di replicare uno stile tipografico impreciso alle volte anche goffo ma comunque originale.

Negli anni 90 comincia ad applicare queste tecniche anche ai suoi dipinti, per la precisione comincia a dipingere mappe, l’intento iniziale era quello ludico.

Voleva distaccarsi da un mondo che non le permetteva la piena creatività nel lavoro.

Inoltre, aveva bisogno riconnettersi con il lavoro manuale, con cui era cresciuta sin da piccola, che si stava perdendo con l’avanzare della digitalizzazione.

Le mappe non avevano l’intenzione di rappresentare perfettamente una cartina geografica dal punto di vista morfologico ma volevano rappresentare solo alcuni elementi informativi.

Codici postali, numero di abitanti, località, politica e percezioni umane enfatizzano attraverso le parole le complessità e le curiosità di un territorio.

I colori e le forme avevano il compito di ricollegare tutti i dati informativi presenti nella mappa.

Ora le sue mappe sono vendute a migliaia di euro ed esposte in musei importantissimi, come il MoMA di New York.

Il mio lavoro è giocare e gioco quando progetto.

Ho anche dato un’occhiata al dizionario per essere sicura che sia davvero quello che faccio e la definizione di giocare per prima cosa, era “essere coinvolti in un’attività o un comportamento da bambini” e, numero due, giocare (d’azzardo).

E mi sono resa conto che io faccio entrambe le cose quando progetto.

Come dice Paula Scher, nel mondo del design bisogna divertirsi e rischiare.

Grazie a Massimo Amadori, studente della Visual Design School di NAD Nuova Accademia del Design.

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